Epatite C da sangue infetto. Sarà risarcita  una paziente

29/11/2009

 

A seguito di una trasfusione eseguita per un intervento chirurgico, una spezzina contrasse il virus dell'epatite C. Condannato l'ente ospedaliero di Pisa

La Spezia, 25 novembre 2009 - Il sangue che le venne trasfuso nelle more di un intervento chirurgico era infetto. La donna, una spezzina di 60 anni, scoprì di aver contratto il virus dell'epatite C. Accadde nel 2001, quando non esistevano le premure attuali per la raccolta e la trasfusione di sangue. Da quel momento la signora, oltre a dover rimodulare la sua esistenza segnata dalla malattia, ingaggiò una serrata battaglia legale con i vertici dell'azienda sanitaria dalla quale dipende il reparto di chirurgia nel quale venne operata: l'Azienda ospedaliera pisana.

Quest'ultima, ad otto anni dai fatti, è stata ora condannata dal giudice Tommaso Gualano del Tribunale di Pisa al risarcimento dei danni sofferti dalla paziente spezzina. Il riconoscimento economico stabilito nella sentenza è di 70mila euro; a questi dovranno essere aggiunti gli interessi legali maturati dall'epoca dei fatti. Ciò avviene in accoglimento delle tesi sostenute dell'avvocato spezzino Raffaele Mancini , sia in ordine all'esistenza del nesso causale operazione-epatite, sia in ordine alla 'tipologia' dei danni patiti dalla donna: biologico, morale ed esistenziale.

La storia, come detto, inizia nel 2001. La donna venne operata allo stomaco, per una neoplasia del fondo gastrico; l'intervento venne eseguito nel reparto di Chirurgia generale e Trapianti dell'Azienda ospedaliera di Pisa. L'operazione andò bene. Ma E.B., se da un lato risolse il problema che minava la funzionalità dell'apparato digerente, nell'estate successiva, scoprì di essere affetta dall'epatite C. Una mazzata tremenda. La donna, a quel punto, si rivolse all'Unità operativa Malattie infettive di Cisanello per le cure più opportune e per indagare sulla causa dell'epatite. Il verdetto fu desolante.

"Dagli accertamenti posti in essere, sembra esserci un nesso di causalità fra l'intervento chirurgico effettuato e la comparsa di Hcv". Sotto accusa finì il sangue che venne trasfuso alla donna nelle more dell'operazione. Fu a quel punto che la spezzina decise di affidarsi all'avvocato Raffaele Mancini. Questo presentò, all'ufficio legale dell'Azienda ospedaliera pisana, la denuncia per il risarcimento del danno. Ma l'assicurazione nicchiò.

Di qui l'iniziativa di promuovere la causa in tribunale, con corredo di perizie di parte. Il braccio di ferro è giunto nei giorni scorsi al suo epilogo processuale. Il giudice, ancorandosi ad un accertamento medico legale disposto durante la causa, ha ravvisato la responsabilità dell'Azienda ospedaliera e ha stabilito l'ammontare del risarcimento. Da una parte ha riconosciuto il danno biologico permanente, dall'altra gli altri danni "non patrimoniali" patiti dalla donna: morale ed esistenziale.

Nella sentenza si evidenzia, fra l'altro, come, a seguito dell'infezione contratta, la donna è stata costretta a cambiare le sue quotidiane abitudini di vita: deve mangiare cibi cucinati separatamente da quelli destinati ai propri familiari, non può usare oggetti (sapone, vettovaglie, asciugamani) utilizzati dai congiunti e deve, perfino, limitare le manifestazioni di affetto verso questi. Sì, perché anche un semplice bacio potrebbe rappresentare un veicolo di contagio.

CORRADO RICCI

Fonte: la Nazione.it


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